Il 12 aprile di quest'anno ho scritto la prima riga di quello che sarebbe diventato SayBoot. Non c'era un piano, non c'era un'azienda, non c'era nemmeno un nome: c'era una frase che avevo detto a voce alta in salotto, e che non aveva funzionato.

Volevo accendere il computer dicendolo. Sembra la cosa più banale del mondo — spegniamo le luci con la voce, alziamo la serranda, mettiamo la musica — e invece per il PC non esisteva un modo che funzionasse davvero. C'erano soluzioni per chi sa cosa sia un pacchetto magico, per chi non ha paura di aprire il BIOS, per chi accetta che ogni tanto non vada. Non c'era niente che potesse usare mia moglie.

Così ho cominciato. Pensavo fosse questione di due weekend.

Quello che non si vede

La parte visibile di SayBoot è una frase: «Alexa, accendi il PC». Sotto quella frase c'è tutto il resto, ed è la parte di cui non parla nessuno.

Ogni scheda di rete si comporta a modo suo. Alcune si spengono da sole dopo qualche minuto, altre si dimenticano di ascoltare dopo un aggiornamento di Windows, altre ancora funzionano perfettamente finché il computer non entra in ibernazione — e a quel punto smettono, ma solo su certe combinazioni di scheda madre e alimentatore. Ho passato notti a capire perché lo stesso identico comando funzionasse su una macchina e non sull'altra, con la stessa configurazione, nella stessa stanza.

Poi c'è tutto ciò che sta attorno. Una skill approvata su undici mercati Alexa, ognuno con le sue regole. Una certificazione Microsoft. Un agente che deve avviarsi da solo, sopravvivere agli aggiornamenti, ripartire se qualcosa va storto, e farlo in sei lingue. Server che devono rispondere a qualunque ora, perché quando uno accende il PC da remoto è perché ne ha bisogno adesso — non fra dieci minuti quando il servizio si sarà ripreso.

Niente di tutto questo si vede. È esattamente il punto: se lo vedi, vuol dire che qualcosa non ha funzionato.

Le persone

La parte che non mi aspettavo è stata questa.

Ho ricevuto mail alle undici di sera da persone che stavano ancora provando a far funzionare la loro configurazione, e ci siamo messi lì insieme, a distanza, a guardare le stesse impostazioni sui nostri due schermi diversi. Ho ricevuto messaggi di persone che si scusavano per il disturbo — per una cosa che avevo costruito io e che nel loro caso non andava.

Ho ricevuto un messaggio da qualcuno che mi ha scritto mesi dopo, senza chiedere niente, solo per dirmi che funzionava ancora.

Sono nate delle amicizie, e non lo dico per fare colore. Ci sono persone con cui ho cominciato scambiando istruzioni tecniche e con cui adesso parlo di altro. Gente che mi ha suggerito funzioni a cui non avevo pensato, che ha provato versioni instabili sapendo che potevano rompersi, che mi ha segnalato un problema scrivendomi «non è urgente, quando hai tempo» — sapendo, credo, che il tempo era la cosa che avevo meno.

Se dovessi dire qual è la cosa migliore di questi mesi, non sarebbe un numero. Sarebbe questa.

I numeri, senza pedanteria

Però qualche numero aiuta a capire.

In meno di cinque mesi si sono registrate migliaia di persone, in quasi novanta paesi. I comandi andati a buon fine sono centinaia di migliaia. Non sono numeri da grande azienda: sono numeri che, per un progetto nato in salotto, mi fanno ancora un certo effetto ogni volta che li guardo.

Quello che mi colpisce di più non è quanti si siano iscritti, ma quanti siano ancora qui. La maggior parte delle persone che hanno provato SayBoot lo usa tuttora. Non è un'app che si scarica, si prova e si dimentica: è una cosa che entra nella giornata e ci resta.

Non ho mai chiesto un euro

Mai. Non c'è mai stato un prezzo, un banner, un limite messo lì per farvi pagare, una funzione tolta e rivenduta. Non ci sono pubblicità, non ci sono tracciatori venduti a terzi, non c'è un dato vostro che sia finito da qualche altra parte.

Non lo dico per farmi bello. Lo dico perché è una scelta che ho fatto all'inizio e che ha avuto un costo, e di quel costo voglio parlare adesso.

Il costo che nessuno mette in bilancio

I server si pagano. Il dominio si paga. I certificati, gli strumenti, le firme digitali necessarie perché Windows non tratti il programma come un sospetto: si pagano. Sono cifre gestibili, e finora le ho gestite senza dirlo a nessuno.

Non è quello il problema.

Il problema è il tempo. Il tempo non si paga: si spende, e basta. Ogni sera dedicata a capire perché una scheda di rete non risponde è una sera che non torna. Ogni weekend passato a rispondere a chi non riesce a configurare il BIOS è un weekend che non c'è più. Non me ne pento di nemmeno uno — ma sarei disonesto se dicessi che non è costato niente.

Il tempo vola, e non torna indietro. È l'unica cosa di cui non posso comprarne altro.

Ho cominciato il 12 aprile senza pensarci. È il giorno in cui è nata mia madre, che di tempo ne ha avuto molto meno di quanto le spettasse. Me ne sono accorto mesi dopo, guardando per caso la data del primo file.

Non credo alle coincidenze che vogliono dire qualcosa. Questa però me la tengo.

A un certo punto un progetto arriva a un bivio: o trova un modo di sostenersi, oppure comincia lentamente a spegnersi — non con un annuncio, ma con gli aggiornamenti che diradano, le risposte che arrivano dopo una settimana, le cose rotte che restano rotte. Ho visto succedere a tanti progetti che mi piacevano. Non voglio che succeda a questo.

Il patto

Prima di qualsiasi altra cosa, voglio essere chiarissimo su un punto, perché è il più importante di tutto l'articolo.

Quello che usi oggi resta gratis. Per sempre. Anche se non contribuirai mai.

Non ci sarà un giorno in cui ti sveglierai e i tuoi PC saranno bloccati dietro un pagamento. Non toglierò niente di ciò che hai adesso per rivendertelo dopo. Se sei arrivato fin qui e SayBoot ti funziona, continuerà a funzionare esattamente come adesso, senza che tu debba fare nulla e senza che io ti chieda nulla.

Questo non è un periodo di prova che sta per scadere. È un patto.

E allora, come?

Qui viene la parte in cui ho bisogno di te. Ma non per quello che forse ti aspetti.

I costi vivi di SayBoot, oggi, li reggo. Non ti sto scrivendo perché i server stiano per spegnersi: non stanno per spegnersi, e se anche nessuno facesse mai nulla, continuerebbero ad accendere i vostri computer domani mattina come stamattina.

Il problema è quell'altro, ed è di un tipo diverso. Sono le ore. E le ore non si comprano: nessuna cifra me ne restituisce una.

Quello che si può fare, però, è spenderle meglio. Ed è esattamente quello che ti chiedo.

In questi mesi ho deciso da solo cosa costruire, cosa sistemare, cosa rimandare. Qualche volta ho indovinato, altre no — e ogni volta che ho sbagliato ho buttato via delle serate che non tornano indietro. Se mi dici cosa conta davvero per te, la prossima serata la spendo sulla cosa giusta.

Ho preparato un sondaggio. Quattro domande, due minuti, e serve solo il tuo account SayBoot — quello che hai già.

Non ti chiede soldi. Ti chiede cosa deve restare gratuito qualunque cosa accada, cosa ti manca oggi, e come — semmai — ti verrebbe naturale dare una mano. C'è anche un campo libero, ed è la parte che leggo più volentieri: le percentuali mi diranno cosa vuole la maggioranza, le righe scritte a mano mi diranno perché.

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Una cosa la dico adesso per correttezza, così non sembri che l'abbia tenuta nascosta proprio nell'articolo in cui prometto trasparenza: chi ha più di due PC e vuole funzioni come i gruppi o le accensioni programmate avrà un piano a pagamento. Riguarda una parte davvero minuscola delle persone che usano SayBoot. Se hai uno o due computer, non ti riguarda, e questo articolo non sta parlando di quello.

E se poi qualcuno vorrà offrirmi quel caffè, troverà come farlo ☕: una voce sommessa in fondo al menu dell'app e in fondo alle pagine. Resta lì, sempre, senza mai mettersi in mezzo — niente finestre che si aprono da sole, niente barre di avanzamento, niente obiettivi da raggiungere, niente promemoria. Una donazione e basta, senza niente in cambio: nessuna funzione sbloccata, nessun badge, nessuna corsia preferenziale. Se non ci farai mai caso, avrò fatto le cose per bene. Non è per quello che ho scritto questo articolo, e non voglio che diventi quello.

Una sola cosa non troverai da nessuna parte: la pubblicità. Non la voglio e non la metterò.

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Grazie per questi mesi. Sinceramente: non mi aspettavo niente di tutto questo quando ho detto quella frase a voce alta in salotto, ad aprile, e non è successo niente.

Adesso succede. E succede per migliaia di persone, ogni giorno.